Alberto e Marina: una vita da fulltimers

Intervista da leggere tutta d’un fiato ad Alberto che, con la sua compagna Marina, ha scelto di fare il fulltimers, ossia vivere viaggiando, a bordo del loro Fiat Ducato, dopo alcuni anni passati all’interno di un Volkswagen T4 California.

 

La scelta della vita da fulltimers: da cosa arriva questa idea?

Ciao a tutti. Anzitutto grazie per lo spazio concessomi. Ci tengo, prima di iniziare a rispondere alle domande postemi, a sottolineare che le mie risposte sono totalmente soggettive, quindi passibili di contestazione. Esse, inoltre, si riferiscono ad una delle tante variabili all’interno del ventaglio di possibilità che la vita da fulltimer ti concede: noi abbiamo optato per fare solo libera (niente campeggi o aree a pagamento) e di viaggiare sul territorio europeo, ma c’è chi vive in camper e non si muove che in un areale abbastanza limitato. Anche questo tipo di vita è possibile: semplicemente non è quella che abbiamo ritenuto la più adeguata per noi. Ciò che qui dico, dunque, è ciò che posso affermare avendo vissuto solo uno dei molteplici aspetti di quella che ormai quasi tutti conoscono con il termine di “vanlife”.

La mia vita da fulltimer, dunque. Beh, essa non è nata da una decisione: le cose si sono evolute con l’andar del tempo. Ad essere sincero non so nemmeno se definirmi fulltimer, perché un po’ rifuggo (come tutti, d’altronde) le etichette. Sta di fatto che vivo a tempo pieno su 4 ruote, quindi sì, possiamo concordare sull’utilizzo di questa definizione. Scherzi a parte, quello che posso dire è che ho acquistato il mio primo mezzo, un VW T4 immatricolato autocarro, che ho poi camperizzato assieme alla mia compagna e con il quale abbiamo semplicemente iniziato a viaggiare. Prima qualche settimana, poi qualche mese. Alla fine, una volta trovato il nostro secondo veicolo (un California del ’96), ho lasciato il mio domicilio e mi sono trasferito definitivamente nel furgone. Lei si è aggregata un po’ dopo. Tutto è avvenuto con estrema naturalezza, senza troppo pianificare, senza eccessivi patemi d’animo. Certo, ho dovuto fare delle rinunce, ho eliminato moltissimi oggetti superflui, vestiti, vezzi che ho imparato a riconoscere come innecessari o come palliativi indotti da una sorta di insoddisfazione per la vita sedentaria. Attenzione, non noia per la stasi, ma desiderio di ricerca. Spesso ci attorniamo di suppellettili che altro non sono che dei riempitivi: servono a nascondere a noi stessi delle mancanze che pensiamo di colmare aggiungendo altri oggetti materiali alla nostra esistenza. Ho poi capito che, invece, è il liberarsi che rende più “liberi”. Ci sarebbe molto da dire anche sul concetto di libertà (a cui non credo) e sui motivi che mi spingono ad essere un nomade, ma non è questo il luogo più idoneo. Posso solo aggiungere che il mio viaggiare è una sorta di pellegrinaggio (senza voler mancare di rispetto all’accezione spirituale che esso ha in certe religioni). Verso che cosa, non saprei, perché il tentativo è di diventare ciò che già sono. Ero troppo preso da dinamiche indotte da un certo stile di vita comune nell’occidente contemporaneo, nonostante sia sempre stato un iconoclasta e uno scettico, incapace di accettare passivamente le cose come mi venivano proposte.

Che tipo di discussioni in merito avete avuto all’interno della vostra coppia?

Discussioni? Poche. Pochissime direi. Io e Marina ci siamo capiti immediatamente. In fin dei conti la vita è questa (come la scaletta del pollaio, dicevano i nostri vecchi, corta, in salita e piena di cacca!) e il fisico, banale dirlo, deperisce. Forse (e dico forse), oltre una certa età anagrafica, alcune decisioni sono impensabili da prendere. Inoltre le abitudini si sedimentano e svincolarsi diviene sempre più difficoltoso a mano a mano che le consuetudini e la routine si rafforzano in noi. Perciò abbiamo deciso di andare, prima che l’età ce lo impedisse e prima che le vicissitudini ci legassero troppo saldamente ad un luogo ben preciso e ad un sistema di valori.

Tuttavia, sia io che lei, restiamo molto legati alle radici (senza le quali non esiste vita: il passato dà linfa al futuro e un percorso lo si vede osservando le orme lasciate prima di noi, non guardano avanti, ove vi è il mare indifferenziato delle possibilità e del caso) e non fuggiamo da qualcosa o qualcuno in particolare, né da una territorio. Abbiamo la fortuna di essere nati in un paese che avrebbe le potenzialità migliori, sia in senso geografico che culturale. Purtroppo, dal secondo dopoguerra in poi (e con il boom economico, gli anni della DC, l’americanolatria e ciò che ne segue) siamo deperiti come popolo, abbiamo perso le nostre tradizioni, il nostro spirito strapaesano. Io e la mia compagna non siamo misoneisti, ma questo progresso scorsoio (come lo definì il nostro conterraneo Zanzotto) non merita l’idolatria con cui una certa ideologia contemporanea si rivolge ad esso.

Le maggiori discussioni, in effetti, hanno sempre avuto luogo sull’opportunità o meno di rendere pubblica la nostra scelta: Facebook, Instagram, Youtube, un blog… che senso hanno? Io vedo (e continuo a vedere) le medesime dinamiche della vita sedentaria applicate alla vita nomade: si tratta della stessa medaglia, solo che è l’altra faccia. Il ciclo “nasci, studia, trova un lavoro, sposati, fai figli, consuma, muori” è spesso applicato, mutatis mutandis, anche alla vita itinerante: tutti, prima o poi, aprono un canale Youtube, tutti, prima o poi, condividono la loro vita con perfetti sconosciuti, tutti, prima o poi, scrivono un travel blog. Forse, senza voler esprimere un giudizio in merito, questa non era la nostra strada. Crediamo però in una sorta di condivisione e non siamo così stupidi da pensare di poter prescindere dall’esistenza delle nuove tecnologie (io ci lavoro con esse) ma vogliamo provare ad utilizzarle a modo nostro, cavalcando la tigre, invece di farci sbranare. Ovviamente potrebbe essere anche una pia illusione. Per questo preferiamo il più possibile restare anonimi e il nostro unico progetto online non vede le nostre vite al centro, ma l’aiuto che possiamo fornire creando una comunità di persone che si supportino a vicenda.

Dal lato pratico abbiamo avuto qualche confronto sul modo migliore di organizzare il mezzo in cui viviamo, ma sono tappe che tutti devono affrontare, per non trovarsi, da completi sprovveduti, a non sapere come uscirne alla prima seria difficoltà.


Cos’hai provato il giorno in cui siete partiti?

Come ho già detto, non è stata una decisione che ci ha visti partire da un giorno all’altro. Certo, l’allontanamento progressivo da una vita sedentaria non è stato indolore: secondo me le vere emozioni del nomadismo si iniziano a percepire quando la mente si è definitivamente distolta dal modus operandi abitudinario, quando, insomma, è trascorso un buon lasso di tempo dalla precedente condizione. Non c’è uno iato improvviso, tutto si rivela piano piano, con il crescere degli imprevisti, con le responsabilità che la vita itinerante ti impone. Già, perché questa scelta non è, come si vede in tantissimi “reportage” sui social solo ed esclusivamente bei paesaggi, ampie vedute, “libertà” , autodeterminazione, scoperta. Prima di tutto c’è il disagio dell’ambientamento, poi ci sono i problemi quotidiani, gli imprevisti (non trovare fonti d’acqua ove approvvigionarsi, un maltempo che ti colpisce per lungo tempo, una foratura, problemi meccanici, luoghi ritenuti sicuri che si rivelano invivibili, zone non coperte da WiFi – che per chi ha nel lavoro da remoto la sua unica fonte di sostentamento sono belle grane…. Non mi dilungo ulteriormente, ma la lista sarebbe enorme!).

Solo a seguire arriva il piacere del viaggio, che però non è mai una vacanza.

Scherzando dico sempre che “vacanza” ha un’affinità etimologica con il concetto di “vacuum”, di vuoto. Essa è la fuga del sedentario annoiato. Per qualche settimana ci si libera, ci si svuota, appunto, dalle proprie incombenze. Tutto però finisce e il nido sicuro in cui ritornare è sempre lì ad attenderci, con il tepore e la solidità che solo l’abitudine sa fornirci. Il viaggio perpetuo è invece un continuo “non sapere” e, a lungo andare, può logorare.

Lungi da me affermare che questa vita faccia schifo, altrimenti avrei già voltato i tacchi e ripreso, in qualche modo, a sopravvivere come prima. Tuttavia è bene sapere che non esiste un eldorado dell’esistenza, ogni scelta comporta un de-cidere, ovvero un recidere qualcosa, un taglio – a volte anche doloroso. Bisogna aver voglia di scegliere il proprio inferno personale per poter sbirciare dal pertugio un angolo di paradiso.

Ciò che provo ora è tuttavia questo: una sorta di leggerezza emotiva, dovuta al fatto che ho imparato a dare valore al tempo. Il mio tempo, che prima dedicavo a azioni inutili, sia soggettivamente che socialmente. Descriverei il tutto come una respiro a pieni polmoni, lento, profondo, dopo anni di ossigeno rubato a singulti da un mondo avaro d’aria.

Quale mezzo utilizzate e perché lo avete scelto?

Prima o poi questa domanda sarebbe arrivata, lo sapevo, e quindi ecco qui la risposta: abbiamo appena acquistato un Fiat Ducato camperizzato dalla Pössl, ma lo abitiamo da troppo poco tempo per fornire dei giudizi definitivi. Diciamo che, ad ora, il mezzo con cui abbiamo girato l’Europa è stato un Volkswagen T4 California del ’96, acquistato grazie ad un buon colpo di fortuna. A suo tempo optammo per questo mezzo poiché, essendo piccolo e compatto (4,80 di lunghezza), ci permetteva di andare quasi ovunque, di essere il più possibile anonimi, di non essere costretti a condividere spazi e disagi con qualcuno all’interno di un parcheggio di cemento, di passare sotto ai limitatori di altezza, di guidarlo come fosse un’auto, anche nei centri cittadini. Scegliemmo il 2.4 D, perché è un motore affidabile, con una vita che raggiunge, se ben manutenuto, anche i 500.000 Km: questo modello è un piccolo mulo, che ci consentiva di fare anche qualche sterrato non troppo difficile e, magari a 20 all’ora, scala piano piano ogni declivio.

Ovviamente dovemmo operare alcune personalizzazioni perché lo spazio abitabile era davvero ridotto: d’altronde fu ideato per un weekend al lago, non per viverci a tempo pieno! Tutto doveva essere ottimizzato e, anche così facendo, si faticava comunque molto (mobilio basso, spazio limitato, difficoltà a tenere l’ambiente pulito…).  Oltre a vari lavori per lo stivaggio, avevamo montato un pannello fotovoltaico policristallino da 260W a cui associammo due batterie ausiliarie AGM da 110Ah l’una che ci consentivano una buona autonomia anche in condizioni di cielo nuvoloso. La scelta si era rivelata abbastanza azzeccata poiché io opero professionalmente tramite il mio computer e non posso permettermi di trovarmi in difficoltà energetiche quando ho un lavoro da consegnare. 
Dopo alcuni anni, proprio in queste settimane (giugno 2018)  abbiamo avuto un altro buon colpo di fortuna e abbiamo optato per un qualcosa di un po’ più ampio: un Fiat Ducato Pössl del 2011, appunto, di 5m e 41, H2, motorizzato 2.3 multijet da 120CV. Per quanto, al momento, il tempo trascorso al suo interno sia davvero poco (non abbiamo ancora avuto modo di studiare l’impianto fotovoltaico, il che ci obbliga a tenere il frigorifero spento) possiamo dirci felici della scelta fatta. In fin dei conti siamo riusciti a contenere le misure, non dovendo così limitare le nostre necessità (dinamismo, relativo anonimato, velocità di spostamento, possibilità di fare libera quasi ovunque etc…) guadagnando estremamente in vivibilità.
Stiamo facendo alcuni lavori, tra cui taglio del terminale della marmitta (troppo basso per l’offroad), eliminazione dell’inutilissimo (!!) gradino elettrico, cerchi da 16…tutto per alzare un po’ il mezzo da terra e continuare a fare quel minimo di sterrato che ci svincola da luoghi troppo frequentati che evitiamo volentieri.

Parliamo di soste, che problemi o difficoltà avete incontrato?

Tema molto dibattuto questo. In linea di massima noi procediamo così: apriamo google maps, visione satellitare, e cerchiamo, dall’alto, ove sostare. Spesso, però, capita di non vedere degli sbarramenti o di credere di aver scorto delle strade carrozzabili che, invece, si rivelano impercorribili senza un 4 motion.
Usiamo anche qualche famosa applicazione, come Park 4 Night o Furgo Perfecto, ma solo quando non abbiamo alternative. 
A volte abbiamo dovuto accontentarci di parcheggi urbani non troppo rilassanti o avere a che fare con persone che ci credono dei poco di buono o degli sbandati ma la buona educazione e il fatto di non avere nulla da nascondere ci hanno sempre aiutati. In fatto di sicurezza, posso dire che si impara presto a capire dove è bene sostare e dove no: in ambiente urbano il decoro è il primo aspetto che guardo. Se c’è sporcizia, ci sono bottiglie rotte, cartacce e, in generale, poca cura, non mi fermo nemmeno. Chi ci vive (o chi frequenta quei luoghi) non ha cura del paesaggio, figuriamoci di chi si ferma per qualche giorno! Non è una regola, ma meglio non rischiare. In mezzo alla natura (ovvero il 90% delle nostre soste) ho avuto, a volte, qualche problema nell’uscire da luoghi un po’ troppo infrattati e, come già detto, delle difficoltà di connessione che mi hanno portato a riaccendere il motore, nonostante il panorama fosse idilliaco. A questo proposito ci tengo a sottolineare un aspetto, per me, fondamentale: il rispetto del territorio. Quasi sempre arriviamo in luoghi poco frequentati e ripartiamo con borse piene di spazzatura: chi si è fermato ha gettato di tutto e, a mio modo di vedere, questo è un atteggiamento intollerabile, oltre che controproducente per chi viaggia. Noi raccogliamo e puliamo (e, fortunatamente, non siamo i soli) tuttavia c’è chi invece se ne frega e lascia il paesaggio deturpato dai segni del proprio passaggio. Questo solipsismo, oltre ad essere una deriva della mentalità occidentale, è davvero segnale di poca lucidità mentale: se sei andato in quel posto, forse, è perché ti piace, esatto? Allora perché non lasciarlo come l’hai trovato o, addirittura, non contribuire alla pulizia dello stesso? Non capirò mai, a livello emotivo, che cosa spinga le persone a comportarsi in certe maniere. Anche in questo caso ci sarebbe molto da dire, ma non voglio uscire dal seminato. Vivendo sulla strada noi consultiamo con frequenza il meteo, perché con il sole e il bel tempo tutto è più facile. Scegliendo una sosta cerchiamo di arrivare ben carichi d’acqua e di scorte di cibo. Tutto qui. A volte dobbiamo girare un po’ per identificare il luogo che ci aggrada, ma sono aspetti a cui ci si abitua.

 

Che tipo di lavoro fai per permettervi una scelta di questo tipo?

Anche di questo ho già fatto cenno. Lavoro da remoto, come SEO specialist e copywriter. Mi basta un computer e un router per poter fornire le mie prestazioni.

Collaboro con un team di professionisti, ognuno specializzato in un ambito, al fine di fornire soluzioni digitali ad aziende e privati. Quello di diventare un cosiddetto “nomade digitale” non era certo il mio sogno, ma ho fatto di necessità virtù. Conclusi gli studi all’università ho capito che non avrei voluto chiudermi in un ufficio e ho cercato un’occupazione che mi consentisse, all’epoca, di lavorare da casa. Ho studiato qualche anno per potermi costruire una professione e ora ho una partita iva e lavoro come libero professionista dal 2013. Scrivere mi piace e ho una formazione umanistica, ecco perché, all’interno del web, ho optato per la redazione di testi e lo studio dei comportamenti degli utenti e delle SERP (Search Engine Results Page), quasi fosse una nuova forma di osservazione antropologica partecipante.

Quanto pensi possa durare questo tipo di vita?

Non lo so. Davvero non è qualcosa che mi domando (o che ci domandiamo) ossessivamente. Altri 4 anni? Altri 10? Finché non sarò stanco? Vita natural durante? Chissà. Domani potrei non volere più le stesse cose di oggi, anche se credo che questo sia stato, sinora, il miglior palliativo tra tutti quelli che ho sondato nella mia breve  esistenza. Un po’ di economia domestica la mia donna, tuttavia, me l’ha insegnata e la vita da fulltimer non è molto dispendiosa. Mensilmente cerchiamo di mettere da parte qualcosa che ci consenta, un domani, una via alternativa. Per ora, comunque, tra di noi non si parla di quantità di tempo ma di qualità del tempo stesso. Ecco perché oggi voglio ancora essere qui, sul mio furgone.

Marina, ma io le sono vicino in questo, vive il viaggiare anche come una sorta di scoperta in funzione della possibilità , un domani, di trovare un luogo che ci affascini per stabilirci. Non crediamo, come fanno in molti, che la bellezza di un luogo sia direttamente proporzionale alla distanza dalla nazione di origine, quindi cerchiamo altro rispetto al puro esotismo: un clima gradevole che si accordi alle nostre esigenze, una natura generosa e, soprattuto, tranquillità e silenzi.

Ci sarà comunque tempo per mettere un punto fisso a questa storia.

Molte sono le persone che vorrebbero fare questa scelta ma non ne hanno il coraggio: cosa puoi dire loro?

Cosa posso dire? Sinceramente poco o nulla! Io sono Alberto (ridondante eh!?) e cerco delle soluzioni che si attaglino alle mie necessità. Non credo di avere molto da insegnare. Posso solo suggerire, se proprio devo, di non farsi indurre da vogliuzze (o mode!!) del momento, né di farsi trarre in inganno dai tanti racconti piacevoli che la rete diffonde. L’ho già detto e lo ripeto: ogni vita è, ontologicamente, tragica. Non si scappa dal dolore, non esiste una via più facile di un’altra. Bisogna saper scegliere in maniera calma ciò che più si adatta al nostro modo di essere. Se cercate parole edificanti, non sarò io a proferirle: la vita nomade, è certo, non è per tutti. Provate, riprovate, andateci piano, non chiudetevi tutte le porte e abbiate il coraggio di dire “non fa per me”. L’altro coraggio, quello che manca a chi vorrebbe partire, io non posso in alcun modo invitarlo a palesarsi: faber est suae quisque fortunae, se e finché il caso e la necessità ce lo concedono.

Avete canali social network su cui seguirvi ed in cui raccontate le vostre esperienze?

Sì, abbiamo dei canali social ma, come ho già detto, non sono un diario di viaggio nostro né un modo di raccontare le nostre vite. Quelle, limitatamente a quanto ci è possibile (non siamo degli anacoreti né degli eremiti), vorremmo restassero in disparte, in secondo piano. Abbiamo aperto una pagina che si chiama Fulltimers Italia – Vivere viaggiando (www.facebook.com/fulltimersitalia) che vorrebbe divenire un punto di condivisione per tutti coloro che hanno optato per questo tipo di vita. Ci troverete approfondimenti sulla sicurezza in sosta, su come reperire l’acqua, su dove fermarsi, qualche itinerario, qualche disamina di mezzi adatti a questa vita, come procurarsi da mangiare o un introito vivendo on the road. Proponiamo infine delle rubriche curate a scadenza regolare. Il progetto vorrebbe essere un luogo di approfondimento, in grado di centralizzare le molte esperienze eterogenee disperse nel mare della rete. Ad esso è connesso un gruppo (https://www.facebook.com/groups/fulltimersitacommunity/) che, ad oggi conta oltre 1500 membri, in cui tutti i fulltimers italiani (o aspiranti tali) possono incontrarsi per scambiare consigli, suggerimenti, esperienze e darsi aiuto reciproco. Un sito (www.fulltimers.it) è in via di definizione, ma il progetto editoriale è lungo e molto più tortuoso del previsto.

Anche il profilo Instagram (https://www.instagram.com/fulltimersitalia/) inizialmente non era stato pensato come un’auto-celebrazione dei nostri viaggi: certo, ci sono foto dei luoghi che visitiamo (quasi mai, ci siamo noi), ma il fulcro centrale era quello di permettere alle persone di condividere le proprie immagini di soste ritenute interessati o poco conosciute, inserendo le coordinate delle stesse, così da suggerire ad altri ove recarsi, dando una mano a diffondere una certa cultura dell’abitar viaggiando. Certo, anche questo aspetto aveva i suoi contra: a volte un’eccessiva divulgazione di informazioni si è rivelata deleteria, perché, oltre ad eliminare il piacere della scoperta, conduceva anche persone poco civili a visitare luoghi che avremmo voluto restassero puliti e decorosi. Tuttavia credevamo che si potesse sperare in una crescita etica dei viaggiatori, se non per un’elevazione morale che pochi possono raggiungere, almeno per puro egoismo: non rovinare luoghi magnifici in cui si vorrebbe tornare. 
Avendo però ben riflettuto,  ci siamo accorti che, per il momento, non era la strada che volevamo imboccare. 
Per qualche mese, quindi, abbiamo chiuso tutti i canali (lasciando aperto solo il gruppo, date le numerose richieste di tenerlo in vita). 
Ora (luglio 2018) ci riproveremo, ma con un approccio differente che scoprirete se vorrete seguire il progetto.

Grazie per la pazienza e buona strada.

 

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Autore dell'articolo: Simone

2 commenti su “Alberto e Marina: una vita da fulltimers

    Fabio Garbin

    (luglio 16, 2018 - 8:01 pm)

    Grande Alberto, visione critica e allo stesso tempo appassionata della “scelta”fulltimers.
    Spero un giorno ci incontreremo…
    Buona vita
    Fabio

    Alberto Itinerant

    (luglio 17, 2018 - 7:48 am)

    Grazie Fabio, sono certo che le nostre strade si incroceranno, prima o poi.
    A presto!

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