Lo spirito dell’Eroica di Gaiole in Chianti

Lo spirito dell’Eroica di Gaiole in Chianti

Due interviste per cercare di capire il “mito” dell’Eroica, nel Chianti

Mancano 12 giorni al grande appuntamento nel Chianti, l’Eroica di Gaiole. Abbiamo intervistato per voi uno dei tanti protagonisti che negli hanni ha avuto la fortuna di percorrere le bianche strade polverose. Ha voluto rimanere anonimo, noi lo chiameremo “Chorus“.

A quante edizioni de “L’Eroica” hai partecipato?

Mi sono iscritto alle ultime 4 edizioni de L’Eroica: 2016, 2017, 2018 e 2019, ma ho partecipato soltanto alle edizioni 2016 e 2018, rinunciando alle altre per motivi famigliari.

Dal 2017 sono iscritto al CCE (Ciclo Club Eroica) che mi garantisce l’iscrizione a tutte le Eroiche.

Cosa rappresenta per te questo evento ormai diventato mondiale?

Un evento unico al mondo, una grandiosa festa sportiva, paesaggistica, folkloristica, culturale, culinaria, di costume.

In questi 22 anni di edizioni de L’Eroica sono stati rivalutati i grandi telaisti italiani e la scuola italiana della bicicletta che ha fatto tendenza per decenni. Ricordiamo che negli anni settanta e ottanta la quasi totalità delle biciclette che partecipavano ai grandi giri (Giro, Tour e Vuelta) erano italiane.

Grandi maestri come Colnago, De Rosa, Masi, Gios, Tommasini, Pegoretti sono ritornati in auge, perlomeno nella loro linea di telai repliche degli anni settanta e ottanta. Attorno a questo evento si è creato un interesse planetario su componenti, accessori, abbigliamento d’epoca.

Molti sono i mercatini che si tengono regolarmente in tutta Italia, ebay e subito sono letteralmente pieni di utenti che offrono, comprano e scambiano oggetti d’epoca.

Insomma una follia collettiva, che peraltro vede in testa americani, giapponesi, tedeschi ed inglesi, dove le bici italiane vanno letteralmente a ruba.

Quali sono i ricordi più belli de L’Eroica?

Moltissimi.

Il trasferimento in auto da Siena conduce a Gaiole per raggiungere la partenza, con le bici condotte dagli eroici che la percorrono in senso inverso con fari i fari a led per illuminare la strada, uno sfavillio che sembra un albero di Natale, la partenza, il passaggio sul Castello di Brolio al buio e con la stradina illuminata dalle candele, la nebbiolina che sale in mezzo ai vigneti quando albeggia, i ristori con ogni ben di Dio, il tratto sterrato di Monte Sante Marie, di una bellezza paesaggistica disarmante, dove vedere un eroico che spinge la bicicletta a piedi rappresenta la normalità.

 

La seconda intervista, prodotta dall’amico Alessio Stefano Berti, vede come protagonista Ermes Leonardi, per tutti “Il Leone“.

Ma chi è Ermes Leonardi?

E’ stato uno dei primi collezionisti di biciclette d’epoca, un pioniere del movimento eroico, un uomo rude all’apparenza ma sorprendentemente buono e disponibile verso tutti coloro che lo incontrano e gli chiedono qualcosa, approfittando della sua cultura in ambito ciclistico. E’stato lui ad inventare un modo fiabesco di interpretare il ciclismo d’epoca, cioè quello di impersonare i vari campioni del passato alle ciclostoriche.

E’ un emiliano schietto come la sua terra e insieme a Luciano Berruti rappresenta in tutto il mondo il ciclismo d’epoca. Ermes Leonardi è nato il 3 dicembre del 1943 a Cavezzo in provincia di Modena; attualmente vive a Modena.

Chianti, Eroica

Quando ha cominciato signor Leonardi ad andare in bici da corsa?
Ho cominciato a dodici anni; mio papà mi comprò una bici usata, una Legnano che tra l’altro sto restaurando. A tredici anni insieme a un mio amico diciottenne che militava tra i dilettanti andai da Modena all’Abetone e ritorno in bicicletta con cento lire in tasca e un panino di mortadella;
Da quel giorno la passione non mi ha più mollato. Iniziai con gli esordienti nella squadra più antica di Modena, la Avia Pervia Modena e lì vinsi una gara, il Trofeo Borgatti, con una fuga a due da lontano. Quella stagione fu poi ricca di piazzamenti.
Poi passai allievo e con altri tre amici dei quali due sono scomparsi fondammo la Giacobazzi Nonantola, squadra con la quale corsero poi Davide Cassani e Marco Pantani.
Feci tre stagioni da allievo perché una volta si poteva in quanto erano troppi i neo dilettanti.
In salita ero fermo, ho vinto però due gare a cronometro… non ero né veloce né scalatore, un brocco…(e ride).
Scherzi a parte, noi della Giacobazzi eravamo gli unici ad avere l’ammiraglia e cominciarono a passarci le biciclette. Io vinsi la prima corsa di quella società in un circuito a Riolo di Castelfranco Emilia; fuga a tre poi uno forò, l’altro cadde e io arrivai al traguardo da solo. Nonostante questa vittoria ai miei amici più forti dettero la bicicletta intera con il cambio Campagnolo, a me invece solo il telaio, che montai con uno Stelvio recuperato dalla mia vecchia bici. Davanti avevo un 46/52 e dietro un 12/24, perciò mi sentivo un po’ handicappato.
Arrivò poi l’anno del militare e quando tornai ripresi a fare il cicloamatore, vincendo diverse gare.
Poi arrivò la passione per il ciclismo d’epoca. Io fui uno dei primi a fare l’Eroica. Ogni anno impersonavo un personaggio famoso, cominciai con l’impersonare Tano Belloni, poi Binda, poi Guerra, Bevilacqua e molti altri. Nel 2014 ho rappresentato Alfredo Martini.
A casa ho qualche problemino di spazio; comunque ho un vero e proprio museo viaggiante.
Con le mie bici ho fatto delle mostre durante il Giro d’Italia, poi anche diverse mostre private. Ho molta passione e un solo rammarico: sto invecchiando e spero che il buon Dio mi lasci qui ancora un po’ per potermi dedicare a questo mio interesse.


La sua passione per il ciclismo d’epoca è nata con l’Eroica o parte da prima?

La mia prima bicicletta che ho messo insieme è stata una Wolsit degli anni ’20 che comprai da un amico antiquario.

Quando acquistò questa Wolsit?

Premetto che io fui il primo nella provincia di Modena a dedicarmi a questo genere di cose, stiamo parlando di fine 1979 inizio 1980.
Dopo la Wolsit arrivò la Freschi, poi una Bianchi Folgore. Poi, sai com’è, una tira l’altra e ora mi ritrovo con una sessantina di biciclette, da fine ‘800 ai primi anni ’80.
Tutto cominciò quando negli anni ’70, lessi sul Guerin Sportivo di un francese – che poi morì tragicamente in un incidente stradale – un certo Jean-Pierre Monseré, campione del mondo dei professionisti nel ’70; in quella foto questo signore era bardato da ciclista antico e da quella foto dissì “ Porca miseria, voglio fare anch’io ste robe” e allora presi la Wolsit e cominciai a rifare il vestiario; iniziò così la mia avventura con il ciclismo d’epoca.



Allora è quella foto che si vede sul libro della sua prima partecipazione a L’Eroica su Wolsit?

Sì, quella volta impersonai Belloni. Poi come dicevo impersonai Binda con la maglia di Campione del Mondo su Legnano blu, perché allora le Legnano erano di quel colore. Poi venne la volta di Luigi Ganna con un’Atala e poi non ho più smesso. Ho saltato solo nel 2009 perché mia figlia si sposò in concomitanza con la manifestazione.
Ermes, lei ha qualche progetto per le sue bici?
Io ce l’avrei anche, e sarebbe quello di trovare il posto che meritano. Ho chiesto anche al Comune ma sapete come funziona, no? Sono anche in trattativa con la Panini di Modena quelli delle Auto e le moto storiche ma siamo in attesa. Speriamo bene.

Qual è il campione di ciclismo che le piace di più?

Al primo posto sicuramente Alfredo Binda, poi nell’ordine, Girardengo e Belloni.
Poi per quel che riguarda gli anni ’40 come non amare Coppi e Bartali?

Lei avrebbe nella testa una bicicletta che vorrebbe tanto possedere?

Sottomano ne ho avute tante e molte altre le ho perdute per delle quisquiglie, per delle invidie.
Pensi che me n’è scappata una appartenuta a Fausto Coppi.
Questa bici ce l’aveva un certo Cavicchioli che fu prigioniero in Africa insieme a Coppi. Era stato il mio primo maestro; ci trovavamo spesso a Modena sotto al monumento in piazza, io avevo 13 anni lui già oltre la cinquantina.
Poi però mi sfuggì e la ritrovai riverniciata e modernizzata, ma i numeri di telaio non mentono, ed era una delle biciclette del 1953.

Tra tutte le bici in suo possesso, è affezionato ad una in particolare?

Una su tutte la bici di un certo Musone, ciclista fortissimo che smise presto di correre perché andava a donne. Poi ne ho un’altra a cui sono molto legato, una bici da pista di Ogna, che fu campione italiano nel 55, che presi pensando fosse di Anquetil.
Poi di più recenti ho la bicicletta di Savoldelli e un telaio Wilier appartenuto a Marco Pantani

In un intervista di qualche anno fa, Ermes alla domanda del giornalista su come definire il collezionista di biciclette d’epoca, rispose: “ Il collezionista di bici d’epoca, è un elemento un po’ pazzo, un po’ poeta, sognatore, come un bambino capriccioso nei panni di una persona adulta che, proprio per questo, risulta persona eccezionale.

Intervista a cura di Alessio Stefano Berti.

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